Corte
Costituzionale Art.
148, c. 16°, del codice della strada CIRCOLAZIONE
STRADALE - INFRAZIONI AL CODICE DELLA STRADA - SORPASSO VIETATO - SANZIONE
AMMINISTRATIVA ACCESSORIA DELLA SOSPENSIONE DELLA PATENTE DI GUIDA -
APPLICABILITÀ SENZA LIMITAZIONI O RIDUZIONI ANCHE SE IL TRASGRESSORE SVOLGA
ATTIVITÀ LAVORATIVA DI CONDUCENTE DI VEICOLI, IN SPECIE COME AGENTE DI
COMMERCIO ORDINANZA N. 45 ANNO 2007 REPUBBLICA
ITALIANA LA CORTE COSTITUZIONALE composta dai signori:
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ha
pronunciato la seguente ORDINANZA nel
giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 148, comma 16, del decreto
legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nel testo
modificato dall’art. 3, comma 4, del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151
(Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con
modificazioni, dalla legge 1° agosto 2003, n. 214, promosso con ordinanza del
10 novembre 2005 (pervenuta alla Corte costituzionale il 15 luglio 2006) dal
Giudice di pace di Amandola, nel procedimento civile vertente tra Soletti
Nazzareno e la Prefettura di Ascoli Piceno, iscritta al n. 316 del registro
ordinanze 2006 e pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale della Repubblica n. 38, prima serie speciale, dell’anno 2006. Visto l’atto di intervento
del Presidente del Consiglio dei ministri; udito nella camera di
consiglio del 24 gennaio 2007 il Giudice relatore Alfonso Quaranta. Ritenuto che il Giudice
di pace di Amandola ha sollevato questione di legittimità costituzionale – in
riferimento agli articoli 1, 3, 4 e 35 della Costituzione – dell’articolo 148,
comma 16, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della
strada), nel testo modificato dall’art. 3, comma 4, del decreto-legge 27 giugno
2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con
modificazioni, dalla legge 1° agosto 2003, n. 214; che il giudice a quo – nel
premettere, in fatto, di essere stato adito da un ricorrente che «svolge
attività lavorativa di agente di commercio» (nulla, pertanto, precisando sulla
natura e l’oggetto del giudizio pendente innanzi ad esso) – deduce
l’illegittimità costituzionale della suddetta disposizione, nella parte in cui
prevede, per l’infrazione contemplata dal medesimo art. 148 del codice della
strada, la sanzione accessoria della sospensione della patente, senza però
stabilire «limitazioni, riduzioni della sanzione, o altre cautele, nei casi in
cui il trasgressore svolge attività lavorativa, consistente nella guida di
autoveicolo»; che la norma censurata violerebbe, in
ragione di tale omessa previsione, innanzitutto gli articoli 1, 3 e 4 della
Costituzione, secondo i quali la Repubblica «è fondata sul lavoro, promuove le
condizioni che lo rendono effettivo e lo tutela», attribuendogli, inoltre,
«rango primario rispetto ad altri valori od interessi»; che essa, inoltre, contrasterebbe, sempre secondo il rimettente, con l’art. 35 della Carta fondamentale, «che dispone l’eguaglianza tra i cittadini», giacché parifica al «caso del normale utente della strada» che per effetto della sospensione della patente subisce «soltanto un disagio», quello del soggetto per il quale «la sospensione della patente costituisce preclusione dell’attività lavorativa con conseguenti effetti sconvolgenti l’economia propria e familiare»; che, su tali basi, e non senza osservare
che il giudizio devoluto al suo esame «non può essere definito»
indipendentemente dalla soluzione di tale questione, il rimettente chiede la declaratoria di illegittimità
costituzionale della norma censurata; che è intervenuto in giudizio il
Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura
generale dello Stato, eccependo, in via pregiudiziale, l’inammissibilità della
questione, «perché l’ordinanza omette completamente di illustrare i fatti della
vicenda processuale e non consente di operare nessuna valutazione sulla
rilevanza del prospettato incidente di costituzionalità», e richiamando, sul
punto, numerose decisioni di questa Corte, ed in particolare l’ordinanza n. 396
del 2005, relativa alla medesima norma oggi censurata; che, nel merito, la difesa erariale
esclude la violazione
del principio di eguaglianza, atteso che il predetto art. 148, comma 16, del
codice della strada «prevede un identico trattamento sanzionatorio per
identiche trasgressioni ed in presenza di eguali situazioni di recidiva»; che, per contro, tale principio – osserva
l’Avvocatura generale dello Stato – sarebbe invece violato proprio accogliendo
la tesi del giudice a quo, e cioè
«introducendo sanzioni differenziate per le stesse violazioni» in base a
considerazioni di carattere puramente soggettivo, «inerenti alle condizioni
personali del trasgressore ed alla natura dell’attività da lui esercitata»; che, infine, tale differenziazione non è
neppure «imposta da esigenze di tutela del lavoro, a favore di soggetti che
conducono automezzi nell’esercizio della propria attività», atteso che la norma
censurata – conclude la difesa erariale – risulta «finalizzata a salvaguardare
i beni della vita, della sicurezza e dell’incolumità pubblica, e tende quindi a
tutelare diritti e valori che per la loro assolutezza non possono essere
sacrificati in nome di concorrenti esigenze personali del trasgressore». Considerato che il Giudice di pace di Amandola ha
sollevato questione di legittimità costituzionale – in riferimento agli
articoli 1, 3, 4 e 35 della Costituzione – dell’articolo 148, comma 16, del
decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nel
testo modificato dall’art. 3, comma 4, del decreto-legge 27 giugno 2003, n. 151
(Modifiche ed integrazioni al codice della strada), convertito, con
modificazioni, nella legge 1° agosto 2003, n. 214; che – indipendentemente dalla
constatazione che questa Corte, in relazione all’applicazione della misura
della sospensione della patente, seppure con riferimento alla materia della
sicurezza pubblica, ha già avuto modo di affermare che né l’art. 3, secondo comma, né l’art. 4, né l’art. 35 Cost. escludono che il legislatore possa, per
l’esercizio di determinate attività, imporre modalità e limiti a tutela di
interessi ed esigenze di evidente rilievo costituzionale – deve
rilevarsi come l’insufficiente descrizione della fattispecie oggetto del
giudizio a quo comporti la manifesta inammissibilità della questione
sollevata dal rimettente; che, difatti, quando risulti «carente la
descrizione della fattispecie oggetto dei giudizi a quibus», e dunque
allorché «dalle ordinanze di rimessione non si comprende con chiarezza quale
sia l’oggetto di tali giudizi e, in particolare, in cosa si identifichi la
pretesa sostanziale dei ricorrenti» (evenienze che sussistono, entrambe, nel
caso in esame), da ciò deriva «l’impossibilità di vagliare l’effettiva
applicabilità della norma censurata ai casi dedotti», e con essa la manifesta
inammissibilità delle relative questioni di legittimità costituzionale (così, e
con specifico riferimento ad un incidente di costituzionalità avente ad oggetto
proprio la norma oggi censurata, l’ordinanza n. 396 del 2005); che alla stregua di tali rilievi va, dunque,
dichiarata la manifesta inammissibilità della questione sollevata dal Giudice
di pace di Amandola. Visti gli
artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87 e 9, comma 2, delle
norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale. LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara la manifesta
inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo
148, comma 16, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice
della strada), nel testo modificato dall’art. 3, comma 4, del decreto-legge 27
giugno 2003, n. 151 (Modifiche ed integrazioni al codice della strada),
convertito, con modificazioni, nella legge 1° agosto 2003, n. 214, sollevata –
in riferimento agli articoli 1, 3, 4 e 35 della Costituzione – dal Giudice di
pace di Amandola, con l’ordinanza indicata in epigrafe. Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo
della Consulta, il 5 febbraio 2007. Depositata in Cancelleria il 20 febbraio
2007. |
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